Alpinista

 RISCHIANDO
HO COMPRESO L’ESSENZIALE,
IL VALORE
DELLA VITA 


Tempo fa ho detto che l'alpinismo era fallito, ma oggi dico no, non è vero, perchè ci sono giovani come Hervé Barmasse

Reinhold Messner



Alpinista, atleta del Global Team The North Face®, scrittore, regista di film di montagna. Hervé nasce ad Aosta il 21 dicembre del 1977 in una famiglia segnata da una lunga tradizione e passione per la montagna. Guida alpina del Cervino da quattro generazioni, il suo nome è legato a importanti ascensioni. Itinerari di grande difficoltà ed esposizione realizzati in tutto il mondo, come la via nuova aperta in solitaria sul Cervino, la prima ascensione della liscia lavagna granitica del Cerro Piergiorgio e la nuova via sul Cerro San Lorenzo in Patagonia, la prima salita del Beka Brakay Chhok in Pakistan e altre ancora. Sulla sua montagna di casa, la Gran Becca, Hervé ha lasciato in modo incisivo la sua traccia fino a diventare l’alpinista che, tra vie nuove, prime invernali e prime solitarie, ha compiuto più exploit. Di recente si è reso protagonista di un’ascensione esemplare in Himalaya salendo in stile alpino la Parete Sud dello Shisha Pangma 8027m in appena 13 ore.

Alpinista, atleta del Global Team The North Face®, scrittore, regista di film di montagna. Hervé nasce ad Aosta il 21 dicembre del 1977 in una famiglia segnata da una lunga tradizione e passione per la montagna. Guida alpina del Cervino da quattro generazioni, il suo nome è legato a importanti ascensioni. Itinerari di grande difficoltà ed esposizione realizzati in tutto il mondo, come la via nuova aperta in solitaria sul Cervino, la prima ascensione della liscia lavagna granitica del Cerro Piergiorgio e la nuova via sul Cerro San Lorenzo in Patagonia, la prima salita del Beka Brakay Chhok in Pakistan e altre ancora. Sulla sua montagna di casa, la Gran Becca, Hervé ha lasciato in modo incisivo la sua traccia fino a diventare l’alpinista che, tra vie nuove, prime invernali e prime solitarie, ha compiuto più exploit. Di recente si è reso protagonista di un’ascensione esemplare in Himalaya salendo in stile alpino la Parete Sud dello Shisha Pangma 8027m in appena 13 ore.

Per la sua attività alpinistica ha ottenuto importanti riconoscimenti tra i quali si ricorda il premio accademico Paolo Consiglio ricevuto quattro volte. Nel 2010, alla sua prima esperienza come regista, esce con Linea Continua. Un film che racconta l’apertura di una nuova via sul Cervino, realizzata insieme al padre Marco. Nel 2012 è la volta di Non così lontano, un film documentario che racconta Exploring the Alp, il progetto che l’ha visto protagonista nel 2011 con l’apertura di tre nuove vie – sul Monte Bianco, sul Monte Rosa e sul Cervino – e che dimostra come anche sulle Alpi, ci sia ancora spazio per l’avventura e che il valore dell’esperienza non dipende dalla montagna che si scala ma dagli occhi dell’alpinista. La montagna dentro, edito da Laterza, è la sua prima fatica letteraria (maggio 2015). Un libro in cui Hervé racconta se stesso, la sua storia, la passione, la fatica, l’emozione delle scalate.

  • 2021- 2011
  • 2010 - 2008
  • 2007 - 2005
  • 2004 - 1994

La chiusura di un cerchio è il raggiungimento di un traguardo personale. Un insieme di esperienze che si trasformano in qualcosa di importante. In questo caso, portando a termine la solitaria della Via De Amicis, esser riuscito per primo a salire le sei creste del Cervino in questo stile: la Cresta del Leone, dell’Hornli, di Zmutt, di Furggen, la via Deffeyes e, appunto, la De Amicis. Quante volte ho alzato il mento per scrutare il Cervino? Innumerevoli, e nonostante il passare degli anni lo faccio ancora come se fosse la prima volta. Per lui ho occhi speciali e con lui ho condiviso con piacere molte "prime" ascensioni, spesso in solitaria. Ed è proprio quando ti trovi solo al cospetto di una montagna che capisci chi sei veramente, che ti svesti di maschere e corazze, che metti a nudo te stesso cercando di dare il meglio perché non ci sono margini d’errore. E tutto ciò non lo fai per fama, gloria o soldi. Ma perché, incomprensibile per i più, ti fa stare bene. Certo, capisco chi mi dice "non si fa". Io per primo non vorrei vedere le mie figlie scalare sulla roccia del Cervino, così friabile e marcia. Ma dissento su chi mi dà del pazzo, o pensa che scalando in solitaria si disprezzi la vita. Nell’alpinismo, da che se ne conosce la storia, si sono alternati molti solitari. Ovviamente i rischi sono maggiori, così come le sensazioni e le emozioni che vengono amplificate dal nostro inconscio per recepire il limite che non devi superare. La mia prima solitaria importante su questa montagna risale all’anno 2002, diciannove anni fa. Scelsi la Via Casarotto Grassi che, oltre alla salita dei due fuoriclasse, era stata ripetuta solo una volta in inverno da mio padre con alcuni amici. Da allora continuai a scalare da solo su quelle vie che non erano mai state affrontate in quello stile sino a siglarne una nuova, che forse è il massimo che può fare un alpinista. Ma l’ho fatto esclusivamente quando venivo ispirato da qualcosa o qualcuno, come mercoledì 3 marzo. Era tutto grigio e nevischiava. Alle 7.45, cautamente, sono risalito con le pelli da Breuil Cervinia sino all’attacco delle Via De Amicis. Il meteo pronosticava un sole tutto tondo, eppure io faticavo a vedere le cime del massiccio del Monte Rosa. Scrollatomi di dosso le sensazioni negative che pesavano molto più del mio zaino, ho iniziato a salire ripensando alla storia delle sei creste. Il primo a riuscire nella "sestuplete" è stato Luigi Carrel (detto il Carrellino) con differenti compagni di cordata, ma nessuno le aveva mai affrontate tutte in solitaria. E visto che in "tasca" ne avevo messe cinque, tra cui la più temuta, la via Déffeyes, perché non tentare? Sapevo che lo avrei potuto fare e così l’ho fatto assaggiando ogni appiglio e arrampicando leggero là dove la roccia era particolarmente friabile. Solo in un tratto, sul famoso passaggio Crétier, ho usato per alcuni metri la corda; per altro con una tecnica inventata e che, in caso di caduta, non è detto ti risparmi dalle conseguenze più gravi. Ma anche questa scelta era ponderata più di quanto non si possa pensare. Alla fine, tutto è andato bene e alle 16.30 ero nuovamente a Cervinia dove i miei genitori mi aspettavano per bere una birra. A distanza di alcuni giorni, l’idea di aver ricalcato in modo originale le tracce di Luigi Carrel e di mio padre in completa solitudine mi dà gioia. Ma non sono partito per questa ascensione con la presunzione di portare a casa un primato, bensì con la spontanea necessità di ritagliare il mio tempo. L’attimo fuggente che ho raccolto a piene mani per vivermi profondamente attraverso l’alpinismo solitario che regala conoscenza e consapevolezza. Conoscenza di sé stessi, dei propri limiti e dei propri punti di forza. Consapevolezza dell’importanza di chi ti sta vicino e ti ama, come la mia famiglia e gli amici, di chi ti ammira da lontano e ti fa sentire speciale, anche se speciale non sei. Prime solitarie sul Cervino 2002 - Prima ascensione solitaria della via Casarotto Grassi, ottobre 2002 2005 - Prima ascensione solitaria della Via Deffeyes (in meno di quattro ore), ottobre 2005 2007 - Prima ascensione solitaria della Parete Sud del Cervino e prima solitaria della Via Direttissima, aprile 2007 2007 - Prima ascensione solitaria dello Spigolo dei fiori – Via Machetto, settembre 2007 2011 - Via nuova in solitaria - Pilastro Sud Est del Picco Muzio, aprile 2011 2014 - Primo concatenamento invernale e in solitaria delle 4 creste del Cervino e prima solitaria in inverno della Via degli Strapiombi del Furggen, marzo 2014 2021 - Prima ascensione solitaria e invernale della Via De Amicis. Primo alpinista a superare le sei creste tutte in solitaria, marzo 2021.

Play the game - Fai ciò che ami e sarai sempre felice. La velocità usata in modo differente, non per la ricerca di un record, ma per passare più tempo in montagna. Con questo pensiero invito Cristian Brenna sulle dolomiti ampezzane, dove non ho mai scalato, per concatenare Tofana di Rozes (Costantini Apollonio), Lastoi di Formin (Paolo Amedeo) e Punta Fiames (Spigolo Jori). Una cordata programmerebbe questi tre itinerari in due o tre giornate, ma scalando in simultanea, proteggendosi dove serve e mantenendo un ritmo costante, sono convinto che si possa affrontare tutto in una manciata di ore. Ci leghiamo a 40 metri con l’intenzione di darci appuntamento in sosta ogni 300 m per il cambio da primo di cordata. Di media tra un chiodo e l’altro ci sono dai 15 ai 20 metri di run-out. L’attenzione è massima, e se scivolasse un piede è scontato che ci faremo molto male, eppure dopo i primi metri nei quali tentenno a prendere confidenza la salita si trasforma in un’esperienza esaltante. Ovviamente legarsi con Crisitan rappresenta una sorta di assicurazione. Non solo per le sue innate capacità di arrampicatore, ma anche per il suo modo leggero e scherzoso che ha di vivere la montagna. Con Cristian vivi il momento, mai il rimpianto. E questo momento ci porta a concludere i nostri 47 tiri di corda esattamente come li abbiamo iniziati, scherzando. Delle poche ore impiegate per le tre salite, meno di 6 per circa 1400 metri di arrampicata (esclusi avvicinamenti e discese) a conti fatti verrebbe da sottolinearne l’exploit, ma è la cosa più distante dal mio stato d’animo e oggi giorno in cui l’uomo ha bisogno di riconnettersi con la natura, anche la più banale. Ma posso provarci con un concetto: fai ciò che ami e sarai sempre felice. E se volete usare un inglesismo, uno slogan più cool: #playthegame.

Dopo alcuni anni ritorno a legarmi con Stefano Perrone per aprire una via nuova a Piantonetto, in Canavese, un’occasione da prendere al volo!!! La montagna che abbiamo scelto è la Torre del Gran San Pietro che con i sui 3692 metri domina la valle e offre ancora la possibilità di una nuova ascensione senza incrociare altre vie. La linea è evidente, parti e vai sempre dritto come su un’autostrada liscia apparentemente senza appigli, dove le linee tratteggiate sono fessure perfette che si alternano tra una placca e un tetto. È un’arrampicata sublime e per chi come me ha avuto spesso a che fare con la roccia del Cervino, quasi non mi sembra vero. In vetta troviamo spazio solo per i nostri piedi indolenziti dalle scarpette. Attorno a noi il vuoto, in lontananza il Gran Paradiso, sotto di noi i Becchi della Tribolazione e quello di Valsoerea. È il 18 agosto e siamo soli in una delle estati dove la montagna è stata letteralmente presa d’assalto dai turisti, dagli alpinisti, da tutti, e quasi non mi par vero. Che bel regalo! La via prende il nome “dall’Inferno al Paradiso” perché il Covid 19 e il primo lock-down hanno mostrato a tutti come il male ci può cogliere impreparati e fragili, un male che purtroppo ha ucciso lasciando un’ombra di paura. Mentre il ritorno alla vita e alla libertà che avevamo perso ci ha regalato la felicità, il paradiso, che per me e Stefano rimane la montagna.

Il periodo complessivo era forse troppo breve, 23 giorni, lo sapevamo. Eppure per molti giorni il bel tempo aveva consentito a me e ai miei due compagni, David Gottler e Andres Marin, di acclimatarci: caldo, sole, nessuna bava di vento. Peccato che nel momento clou è arrivato il brutto. Ma trattandosi dell’Himalaya, era prevedibile. Come altre volte, ho deciso di far fruttare comunque quella trasferta, anche per continuare a progredire verso la nuova direzione dell’allenamento per l’alpinismo, più mirato, studiato ed efficace. Abbiamo quindi salito più cime di 6mila metri partendo dal campo base con gite che ci consentivano di fare quasi 2mila metri di dislivello con 20/25 km e rientro in poche ore. Attenzione, però: in tutto questo la velocità non è il fine ma è un ausilio. Perché meno tempo si resta esposti ai rischi e più probabilità ci sono di non farsi male. Tra l’altro, sempre a proposito dei passi avanti nella preparazione, abbiamo anche provato questo nuovo set di vestiti da alpinismo che si chiama AMK, Advance Mountanering Kit.

Desidera? Un Cerro Domo Blanco e un saluto al Piergiorgio Qualcuno mi ha preso per pazzo. Ma come, ritorni al Piergiorgio? L’idea nasce dopo aver parlato con Maurizio Giordani che vuole terminare la via sulla sua parete Ovest iniziata con Gianluca Maspes nel 1995. Prenotiamo il volo e i primi giorni di dicembre partiamo per El Chalten con Mirko Grasso e Francesco Favilli. Accetto l’invito di Maurizio per curiosità di capire cosa ero riuscito a fare dieci anni prima e soprattutto per rendermi conto se avrei avuto una chance per migliorami ancora e aprire una via nuova in un mese là dove, per farlo la prima volta, ci ho messo tre tentativi. Sarebbe sufficiente una settimana di bel tempo ma è un’occasione tutt’altro che scontata. Detto fatto l’unico giorno di sole su trenta è malapena sufficiente per scalare il più vicino e docile Cerro Domo Blanco. Così è la vita, così è la montagna. Ma nessun rammarico, anzi. Alla fine da quella cima di neve osservo alcune delle più belle guglie naturali del nostro pianeta e mi sento privilegiato per questa occasione.

Alla fine ha “vinto” il Gasherbrum IV. O meglio, ha vinto il maltempo, è per questo che io e David Gottler non siamo riusciti ad arrivare in vetta. Per il resto da questo progetto abbiamo tratto parecchie indicazioni positive. Soprattutto, in continuità con quelle dello Shisha Pangma 2017, quelle legate al metodo complessivo di preparazione, decisamente più appropriato e scientifico. Grazie al piano messo a punto con Elena Casiraghi per l’alimentazione, Piero Cassius la preparazione atletica e Lorenzo Visconti per la conoscenza del corpo (è il mio fidato fisioterapista), anche in Pakistan dopo poco più di una settimana dall’arrivo al campo base, siamo andati a dormire a 7.100 metri e, se avessimo avuto l’opportunità di avere con noi il cibo, avremmo potuto tentare direttamente la salita in un lasso di tempo molto breve. Questa tempistica molto ridotta rispetto a quelle usuali mi ha confermato che l’allenamento per l’alpinismo esiste e un giorno, spero non troppo in là, dovrà essere condiviso con le persone normali. Ritornerò.

Avevo iniziato a pensare a questo progetto due anni prima, in ospedale dopo l’operazione alle cervicali. Poi nel 2016 ero stato fermato dall’asportazione del menisco, ma adesso ero pronto. Sapevo che la scelta di scalare il mio primo ottomila in stile pulito (senza corde fisse, ossigeno e campi pre allestiti) mi avrebbe complicato la vita, ma va bene così, se fosse stato diversamente, se quest’impresa non avesse presentato incognite non sarebbe stato il mio modo di intendere l’alpinismo e i limiti. Rispetto a grandi alpinisti himalayani contemporanei come Steve House o Ueli Steck, che prima di tentare un Ottomila in stile alpino erano andati ad altissima quota a verificare come il loro corpo avrebbe reagito a quelle altitudini, io sono partito, lanciandomi senza dubbi in quest’avventura. Il giorno è il 21 maggio 2017, unica finestra di bel tempo prevista, in 13 ore appena dal campo base avanzato arriviamo a tre metri dalla cima. Soltanto tre. Ma a quel punto, viste le condizioni oltremodo proibitive, in particolare l’alto rischio di valanghe, abbiamo desistito e ci siamo fermati. Una decisione amara ma sensata. Tre metri lassù corrispondono a circa 7 piccoli passi, ma come nella roulette russa in cui un solo proiettile viene inserito in caricatore da sette, basta un colpo, un passo, per morire. Lo Shisha Pangma mi ha lasciato l’idea che l’allenamento serve, che i limiti spesso sono più mentali e psicologici che fisici e che ci si deve porre degli obiettivi interessanti per noi stessi. Altrimenti meglio rimanere al CineMountain e bere una birra parlando di rugby o di Valentino Rossi…

Abituato ai tanti infortuni l’asportazione di un menisco poteva sembrare un intervento di routine ma non lo è stato. Per prima cosa perché veniva eseguito su un ginocchio operato altre due volte in passato, tre se considero anche l’asportazione dei processi di sintesi dell’operazione al crociato. Per seconda cosa perché avevo appena recuperato da un infortunio, quello alle cervicali, e il mio fisico aveva oltremodo dovuto adattarsi a quella situazione creando continui scompensi e adattamenti. A tutto questo si aggiunse anche un recupero piuttosto lento. Ripresi i miei normali allenamenti nel mese di dicembre del 2016 e ad Aprile dello stesso anno il mio obbiettivo era quello di scalare il mio primo ottomila senza passare da una via normale (possibilmente da una via nuova), senza aiuti esterni e in stile alpino. Nessuno era ancora  riuscito ad ottenere questo risultato alla prima esperienza su una delle 14 montagne più alte del pianeta.

L’obiettivo iniziale, mio e di Daniele Bernasconi, era la parete sud del Nuptse, 7.861 metri, che avremmo voluto salire in stile alpino lunghi la via degli inglesi. Poi però, a causa delle proibitive condizioni della montagna, abbiamo dovuto desistere. Nonostante ciò, avevo in mente di testare comunque le mie condizioni fisiche dopo l’intervento chirurgico al collo del 2015. Per questo motivo, partendo da Chukung, ho rivolto lo sguardo a una delle tre cime della catena montuosa denominata Amphu Lapcha, che sono riuscito a raggiungere – da solo – in poche ore. Scalare quella vetta di 6.300 metri circa, come sempre se si parla di alpinismo solitario, mi ha regalato un grande senso d’avventura e anche la possibilità di ritrovare la fiducia dopo uno stop lungo un anno intero.In quella veloce salita (meno di 9 ore andata e ritorno) avevo dimostrato a me stesso di avere di nuovo un buon stato di salute e di forma fisica.Quindi un buon segnale pensando alla possibilità di puntare più alto: la prima volta su un Ottomila.

Il 2015 è stato un anno che difficilmente potrò dimenticare. Intanto c’erano le celebrazioni per i 150 anni della prima salita del Cervino e poi, nei primi mesi, mi sono messo a scrivere il mio primo libro, La montagna dentro, un’esperienza tanto nuova quanto estenuante, anche per il fatto che mi ha tenuto a lungo lontano dalle montagne. Ma il 2015 è stato soprattutto l’anno della delicata operazione al collo per le ernie cervicali con la complicazione del frammento d’osso, vagante, che avrebbe potuto ledere il midollo osseo con conseguenze molto molto pericolose. Tutto, fortunatamente, si è risolto e, alla fine dell’ennesimo importante e lungo percorso riabilitativo, sono andato di nuovo in Nepal dove, ormai nel 2016, sono riuscito a scalare in solitaria l’Amphu Lapcha peak .

Stefano Perrone è un alpinista di grandi capacità. Dirò di più: lo considero proprio uno dei migliori alpinisti italiani. Con lui, l’antivigilia di Natale, abbiamo aperto questa via di misto moderno sulle Grandes Murailles, ovvero le altre grandi montagne qui attorno a casa dopo il Cervino. Avendo già aperto due vie importanti (Ammazzageko e Petit Lumignon), per completare l’opera mancava appunto quella via, Bon Noel, che si sviluppa sul contrafforte nord est, severo ma suggestivo, della Dent d’Herin, lo stesso anfiteatro verticale delle prime due. Le condizioni non erano buone, alla fine abbiamo scalato più su roccia che su ghiaccio. In ogni caso si è trattato di una bella esperienza, condivisa con un compagno speciale. Peccato solo che al primo tentativo, con Martino Peterlongo, non eravamo riusciti ad arrivare in cima. E questo per causa mia poiché, dopo essere partiti di buonora al mattino, mi ero accorto di aver dimenticato l’imbrago. Tempo di tornare a prenderlo e riprendere a scalare, è finita che, al momento di affrontare l’ultimo tiro, ormai era buio ed era arrivata l’ora di scendere. E quando poi siamo saliti insieme a Stefano, Martino non poteva essere dei nostri.

Anche stavolta ho guardato il “fidato” Cervino per avere un consiglio. Reduce dai guai all’ernia cervicale, mi chiedevo che cosa avrei potuto fare per migliorare come alpinista e il concatenamento era proprio un bel sogno da realizzare. Naturalmente per affrontarlo da solo e in inverno, visto e considerato che su quel percorso, in estate, ci possiamo accompagnare i clienti… Tra l’altro eravamo nel mezzo dell’inverno più nevoso degli ultimi anni, solo davanti a casa mia ce n’era un metro e mezzo… Al giorno fatidico, il 13 marzo 2014, sono arrivato nel migliore dei modi: tanta motivazione, una buona condizione fisica, l’idea di passare sulle quattro creste senza mai fermarmi, là dove nessuno era mai passato nei mesi più freddi dell’anno. La storia del concatenamento ha origine da due guide di Zermatt che per prime, in estate, avevano affrontato questo percorso negli Anni 60. Mio padre poi lo ha ripreso e ha fatto la prima solitaria delle quattro creste con annessa prima, solitaria della via degli Strapiombi del Furgeen e io, a distanza di anni, ho ripreso lo stesso percorso, affrontandolo d’inverno con prima solitaria invernale degli Strapiombi di Furgeen.Come per ogni scalata in solitaria, anche in quel caso la gestione del rischio si è rivelata la parte più complessa. Se decidi di scalare da solo non puoi permetterti di sbagliare. Le paure, le incognite, i dubbi, il ritmo della scalata, tutto sta sulle tue spalle. Sei solo tu e la montagna. Raggiungere l’obiettivo è stata una gioia immensa. Sul Cervino ero, sono felice.

Stavolta sono riuscito a “raddoppiare” il mio senso di libertà, motivo per cui la Patagonia 2013 resterà tra le mie esperienze indimenticabili. Intanto perché questa terra, già di per sé splendida, nella stagione fredda lo è ancora di più: l’assenza dell’alpinismo di “massa” tipicamente estivo regala strade quasi deserte, un clima disteso e la gente ancora più disponibile del solito. Una gamma di sensazioni che avevo già provato nel 2006, l’anno della via nuova aperta al Cerro San Lorenzo. In entrambe le occasioni ho avuto l’impressione di un territorio capace di ospitarti senza farti sentire un forestiero e di riempirmi di gioia sia per la bellezza di una natura ancora intatta, selvaggia e aspra, sia per la bontà delle persone che s’incontrano. Dal punto di vista tecnico, entrambe le salite, sia quella del Pollone sia quella dei Colmillos, sono state molto belle ma non sono tra le più difficili, benché affrontarle in inverno significhi sfidare comunque pericolo di valanghe, freddo intenso, giornate corte e lunghi avvicinamenti resi più faticosi dalla neve. Sui Colmillos, trattandosi della prima ascensione di queste montagne, abbiamo poi vissuto quei momenti d’incertezza che contraddistinguono l’alpinismo esplorativo dove, passo dopo passo, si sale alla ricerca della linea di salita migliore possedendo solo una vaga idea delle difficoltà e dei problemi che si andranno a incontrare. Non esiste una relazione di una via, sei semplicemente il primo. Un alpinista molto fortunato, considerato quanto ai giorni nostri il terreno di gioco per vivere l’alpinismo esplorativo in luoghi come El Chalten, si sia notevolmente ridotto. L’altro motivo che in Patagonia mi ha fatto sentire libero è perché quello fu il mio ritorno in montagna dopo il periodo buio, iniziato dopo la trasferta in Pakistan del 2012, causato dalle ernie cervicali. Un’odissea andata avanti fino al marzo del 2013, tra cure e fisioterapie. Quando ho capito che sarei potuto tornare a fare l’alpinista, ho puntato sulla Patagonia da solo e senza decidere a priori la montagna da salire. Là, in realtà, ho finito per condividere quest’esperienza con un paio di ragazzi locali, una situazione che mi ha ricordato molto quella di mio nonno, degli Anni 50, dove sostanzialmente tutto era molto selvaggio.

Ci si sente leoni, affamati e assetati di cime e pareti sino a quando il fisico e la testa lo permettono. Ma con il passare degli anni, dentro di noi, sappiamo che tutto questo non potrà durare per sempre. L’età, la motivazione, il lavoro e soprattutto gli infortuni ci cambiano, ci modellano e spesso decidono per noi quando è l’ora smettere. Nel mio caso, parlando di infortuni, è dal 1994 quando quel grave incidente mise fine alla mia carriera di sciatore, che anno dopo anno, operazione dopo operazione, i dottori pronosticano la fine della mia attività. E se da ragazzino avevano seri dubbi sul fatto che sarei tornato a camminare e correre, oggi che per colpa di due ernie cervicali pensano che dovrei fermarmi posso fare una cosa sola: dimostrare che anche questa volta si sbagliano.

“Tutto bene, tranne” sarebbe il titolo ideale per quest’esperienza in un posto fatato del Pakistan dov’ero andato insieme a Daniele Bernasconi per tentare l’inviolata parete Nord dell’Ogre, uno dei più difficili progetti futuristici moderni e, probabilmente, tra le sfide alpinistiche più affascinanti dei prossimi anni. Snow Lake, questo il nome del posto, è assolutamente unico: parliamo di un’area geografica a un’altezza himalayana, simile all’Antartide e con le condizioni atmosferiche della Patagonia (almeno nell’estate del 2012) che rendono difficile e insidiosa anche una salita all’apparenza facile. Un luogo dove l’avvicinamento alla base delle montagne, anche nei mesi estivi, si fa sugli sci e il materiale si trasporta sulla slitta, come in Alaska. Una zona che per le sue caratteristiche rimane unica in tutto il Karakorum e forse anche nell’intero Himalaya. Il “tranne”, ahimè, riguarda la mancata salita dell’Ogre. Il brutto tempo ci ha fermati. In compenso siamo riusciti a salire tre facili cime inviolate, la più alta di 6.400 metri. Anche stavolta cerco di prendere il lato positivo di quest’esperienza: vorrà dire che “dovrò” tornare sull’Ogre…

Di questa bella salita sul Monte Rosa, con la quale si è conclusa la trilogia “Exploring the Alps”, è giusto che a parlarne sia mio padre Marco, compagno d’eccezione di cordata per l’occasione: “Un anno dopo il Cervino, mi sono legato nuovamente in parete a mio figlio per tentare una nuova salita sulla parete sud-est della Punta Gnifetti. Va da sé che per un padre, progettare e, naturalmente, riuscire in un’impresa comune con un figlio rappresenta l’esperienza più emozionante possibile. Anche perché, nota tecnica, l’idea è stata quella di andare a cercare un percorso inesplorato. Certo, la notte della vigilia dubbi e incertezze non mi avevano lasciato riposare, a togliermi il sonno era stata soprattutto la paura di eventuali incidenti, anche perché il rischio familiare, stavolta, è raddoppiato e poi l’apertura di vie nuove non consente sempre di riuscire a valutare a dovere tutti i pericoli. Rispetto alla salita dell’inverno 2010 sul Cervino, questa sul Rosa è stata più luminosa e solare, grazie all’eccezionale clima mite di fine settembre. Nel Couloir sul Cervino, invece, era inverno, e sentivi le pareti fredde come se volessero abbracciarti e non lasciarti più proseguire”.

La neve abbondante rende ancora più selvaggio e severo il versante sud del monte Bianco. Il passo è lento, ma non abbiamo fretta. Il silenzio è rotto solo dal crollo di alcuni seracchi e dalla caduta di alcune slavine. E’ piena estate eppure le condizioni ci ricordano l’inverno: tutte le goulottes di questo versante sono in condizioni perfette per esser scalate; tutto brilla, la neve, il ghiaccio e pure il granito rosso. Abbiamo scelto il versante sud perché è il meno inflazionato e perché ricorre il 50° dall’epico tentativo di scalata, terminato purtroppo in tragedia, del Pilone Centrale del Freney da parte dei francesi capitanati da Pierre Mazeud e degli italiani guidati da Walter Bonatti. A noi va molto molto meglio, nonostante le condizioni non fossero poi così favorevoli. Durante la salita, scaliamo alcune lunghezze in fessura, poi una placca lavorata, una cresta tecnica, alcuni risalti di roccia stracolmi di neve, dove usiamo i ramponi; e poi ancora qualche tiro fisico, sempre bellissimo. Finalmente raggiungiamo la “cima” del pilastro, e solo a mezzanotte la vetta del Mt Bianco di Courmayeur. Il tempo è bello e abbiamo con noi il materassino e un caldo sacco piuma. Forse il luogo scelto per fermarci non è dei più comodi. Abbiamo i piedi nel vuoto ma il cielo è limpido e stellato, l’assenza di vento e i pochi gradi sotto zero ci regalano un’occasione  che abbiamo cercato e infine trovato alla quale non possiamo certo rinunciare: una piacevole alba dalla cima più alta delle Alpi. Il sole che si alza all’orizzonte ci illumina e ci scalda. Il secondo step della trilogia Exploring the Alps è archiviato. Grazie a un’altra grande avventura a chilometri zero condivisa con Eneko e Iker Pou.

Di questa bella salita sul Monte Rosa, con la quale si è conclusa la trilogia “Exploring the Alps”, è giusto che a parlarne sia mio padre Marco, compagno d’eccezione di cordata per l’occasione: “Un anno dopo il Cervino, mi sono legato nuovamente in parete a mio figlio per tentare una nuova salita sulla parete sud-est della Punta Gnifetti. Va da sé che per un padre, progettare e, naturalmente, riuscire in un’impresa comune con un figlio rappresenta l’esperienza più emozionante possibile. Anche perché, nota tecnica, l’idea è stata quella di andare a cercare un percorso inesplorato. Certo, la notte della vigilia dubbi e incertezze non mi avevano lasciato riposare, a togliermi il sonno era stata soprattutto la paura di eventuali incidenti, anche perché il rischio familiare, stavolta, è raddoppiato e poi l’apertura di vie nuove non consente sempre di riuscire a valutare a dovere tutti i pericoli. Rispetto alla salita dell’inverno 2010 sul Cervino, questa sul Rosa è stata più luminosa e solare, grazie all’eccezionale clima mite di fine settembre. Nel Couloir sul Cervino, invece, era inverno, e sentivi le pareti fredde come se volessero abbracciarti e non lasciarti più proseguire”.

Già il suo nome, Venere Peak, evoca e incuriosisce. Io, Daniele Bernasconi e Mario Panzeri gliel’abbiamo dato perché ogni sera, quando le condizioni meteo lo permettono, su quella cima di 6.300 metri brilla il secondo pianeta del Sistema solare. E poi la sua conformazione: una grande cresta con cornici di neve e pinnacoli di roccia. Insomma, la gioia che ci regalò salire per primi sul Venere Peak fece passare in secondo piano il fatto che, sul versante Nord del Karakorum, l’obiettivo di partenza doveva essere un Ottomila, e in particolare la parete Nord del Gasherbrum I, un muro di neve e ghiaccio alto circa tremila metri e mai tentato prima. Un “grande” obiettivo che volevo perseguire seguendo il mio spirito esplorativo, che per me rappresenta e definisce la parola “alpinismo”, ma che sfumò per problemi legati alla logistica quando ancora ci trovavamo a 50 km dall’obiettivo. Per quel motivo avevamo deciso di cambiare i nostri piani. Poco male, appunto. Anche perché, una volta saliti in cima al Venere Peak fino ad allora inviolata, per la prima volta abbiamo avuto la possibilità di fotografare il lato Nord dei Gasherbrum, del Broad Peak e del K2. Uno spettacolo inarrivabile, un panorama insolito, tant’è che ancora oggi, guardando queste immagini che nessuno ha né esistevano prima, era un po’ come sentirsi “doppiamente” esploratore.

Il Cervino, in casa mia, rappresenta qualcosa più di una montagna. E’ quasi uno di famiglia. Con mio padre molto spesso capita di parlarne, rievocando situazioni, citando protagonisti, ipotizzando progetti. Uno di questi, il Couloir dell’Enjambée ritornava spesso nei nostri discorsi poiché lui e Walter Cazzanelli nel 1986 si fermarono a poche centinaia di metri dal successo. Giancarlo Grassi, grande alpinista e massimo esponente della scalata su ghiaccio e misto, definiva quel couloir come “l’ultima grande salita logica di misto delle Alpi occidentali”. Insomma, capirete che per me c’erano tutte le condizioni per chiedere a mio padre di salirla insieme. “Non ce l’ho fatta allora, vuoi che ci riesca a 60 anni?”, fu la sua riposta. Nei fatti, per fortuna, andò diversamente. Per noi fu un successo, per me in particolare un’avventura straordinaria vissuta insieme a un compagno di cordata speciale. Da quell’esperienza è nato un film, “Linea continua”, che racconta il nostro legame - dal bisnonno al nonno, da papà fino a me – nel voler inseguire il sogno e la felicità scalando le montagne.

Non per forza le emozioni e le esperienze più importanti si vivono durante le “prime” ascensioni. Me lo fece capire perfettamente il progetto a carattere sociale che mi portò in Pakistan insieme a tre colleghi e il dottor Marco Cavana, che organizzò un dispensario per affrontare i problemi legati agli aspetti medico-sanitari della zona. Esattamente puntammo verso Shismsal e la locale Climbing School, primo centro alpinistico aperto alle donne del Karakorum, dove avremmo insegnato a eccellenti portatori e allieve alla loro prima esperienza, basilari tecnicismi come nodi o facili manovre di corda e autosoccorso. Per quelle ragazze si trattava di una prima possibilità per uscire dagli standard abituali di una vita dedicata ai lavori domestici per accedere alle montagne e lavorare come portatori. C’è però un altro aspetto che caratterizzò in modo indimenticabile quegli appaganti venti giorni pakistani: durante la salita di una cascata di ghiaccio sopra l’abitato del paese fui investito da ripetute scariche di ghiaccio, neve e detriti. Non so ancora come sono riuscito a salvarmi da quegli episodi. Di sicuro, dopo, ho capito una delle lezioni più importanti: la morte in montagna è qualcosa di possibile e non riguarda solo gli altri, ma anche me. Per migliorare un alpinista non ha bisogno di allenamenti più duri o montagne più difficili. Può essere sufficiente un’esperienza come questa che ti costringe a riflettere e ti fa capire a chiare lettere che la vita è una sola, e che la rinuncia di oggi ti regalerà altre giornate in montagna domani.

Raramente una mancato scalata mi ha regalato tante emozioni ed esperienze positive come quella, in Patagonia, del Cerro Riso Patron dopo l’attraversata del ghiacciaio Continental Sur. A ispirarmela erano state le foto e le immagini di Casimiro Ferrari, autore della prima salita insieme ai suoi compagni passando per il Cile. Erano arrivati in barca nel fiordo e dopo la scalata della montagna erano “usciti” con gli sci da ovest verso est e poi a El Chaltén. Il nostro piano per aprire una via nuova sul pilastro sud invece prevedeva di fare quello stesso percorso ma a ritroso. Prima gli sci, poi la scalata e infine la barca e una scorpacciata di pesce. Ma non avevamo purtroppo calcolato che, col passare degli anni, i ghiacciai si erano sciolti e sgretolati, trasformandosi in una trappola perfetta di seracchi e crepacci che non ci permisero di arrivare alla base della montagna ma “solo” attraversare il terzo ghiaccio della terra. Il bello di quell’esperienza è legato, banalmente, alla rottura del nostro unico Gps. Questo ci costrinse a seguire la direzione della Luna, delle stelle e del Sole (quando si intravvedevano…) per  orientarci e raggiungere il Cile. E poi ci fu lo spettacolo che ci attendeva all’ingresso del fiordo Estero Falcon, con i leoni marini che salivano sui piccoli iceberg mentre noi aspettavamo un peschereccio che ci venisse a prelevare. Se a questo aggiungiamo che ero senza passaporto e che per le autorità cilene eravamo considerati dei terroristi, si può capire perché quel viaggio in Patagonia mi rimarrà comunque nel cuore.

Come regalo a un amico per i 40 anni ci sono diverse, anzi, parecchie opzioni. Nel caso di Marco Cattaneo ho deciso che l’avrei portato in Cina, nell’area del Mutzagata e del Konkhur, per scalare una cima inviolata di 6.250 metri insieme a un altro amico, stavolta, guida alpina come il valtellinese Fabio Salini. Tecnicamente non si trattava di una via difficile, anche se, dopo una settimana di acclimatamento, le nevicate abbondanti, il gelido vento e le temperature estremamente basse (che annunciavano l’arrivo dell’inverno) complicarono un po’ il nostro progetto.Quindi obiettivo doppiamente raggiunto: per me che sono riuscito a far passare il messaggio che chiunque può avere la propria cima inviolata e per Marco stesso che, una volta sceso, sapendo che quella montagna non aveva un nome nemmeno per gli abitanti del posto, ha voluto “battezzarla” col nome della moglie: Miki Sell.

Io e Simone (Simone Moro) probabilmente eravamo partiti con troppo poco materiale: 4 chiodi da roccia e 6 viti da ghiaccio, un litro e mezzo di tè e 4 barrette. Dopo una grande parete di roccia come il Cerro Piergiorgio questa volta l’obiettivo era una cima inviolata del Karakorum di quasi 7mila metri (6.970), il Beka Brakai Chnok, da affrontare in velocità su terreno misto, neve e ghiaccio. Poco materiale perché miravamo a portare a termine la salita in una sola lunga giornata partendo dai 4.700 m del campo base avanzato. Invece fummo costretti al bivacco, tra 6.300 e 6.400 m, senza una tenda né la possibilità di avere un fornello. In più eravamo vestiti esattamente come se fossimo sulle Alpi: giaccia, guscio, piumino e nient’altro. In cima arrivammo “solo” il giorno successivo e dopo una notte a dir poco difficile per questo motivo, ancora oggi, i ricordi più belli sono quelli della totale condivisione con Simone del freddo, della fame, del bivacco.

La gioia di guardarla finalmente dall’alto verso il basso potendo urlare “Cumbre”, vetta. E un indimenticabile momento di amicizia. Che splendido ricordo il Cerro Piergiorgio. Al terzo tentativo, e dopo tre anni, la parete Nord Ovest è finalmente “nostra”, mia e di Cristian Brenna. Le difficoltà per arrivare sino a lì non sono mancate, soprattutto quella maledetta scarica di ghiaccio che ha coinvolto il terzo del gruppo, Giovanni Ongaro, che si è rotto entrambe le mani quando eravamo a circa metà della salita facendoci abortire il primo tentativo. E qui entra in campo l’amicizia. Perché quando le cose vanno bene siamo tutti amici ma è quando non vanno come si vorrebbe che si vede se si è veramente uniti. Dopo l’incidente scendere si è rivelato parecchio complicato, sono servite molte manovre di corda, e lui naturalmente non poteva effettuarle. Eppure anche da quella situazione drammatica ne siamo venuti fuori. Un’avventura che ci ha fatto capire, mai ce ne fosse stato il bisogno, che in montagna non si vince e non si perde, si vivono solo grandi emozioni.

La montagna va sempre ascoltata molto attentamente. Se poi a un certo punto, durante una salita, un sasso ti sfiora, devi prenderlo come un avvertimento; io feci così e ancora oggi lo rifarei. Questa volta sul Cervino avevo studiato un piano ambizioso, forse troppo concatenare lo Spigolo dei fiori, scendere in corda doppia e poi realizzare la prima solitaria della via Padre Pio prega per tutti che avevo salito in prima invernale con Massimo Farina. Morale: dopo aver completato la prima parte del progetto, la prima solitaria della via Spigolo dei fiori, quando quel sasso è caduto a pochi centimetri dalla mia testa durante la discesa in doppia, ho deciso di fermarmi. Avevo definitivamente perso la concentrazione che quel mattino era venuta meno una prima volta alla base della montagna, quando avevo incrociato un casco, una giacca e i documenti di qualcuno che aveva perso la vita cadendo dalla parete Sud del Cervino.

Partiamo dal fondo. Dalla cena scaldata da mia madre e che mio fratello mi aveva fatto trovare a casa. Dopo quasi sette ore per arrivare in vetta e tutto il tempo necessario per scendere, ero felice ma stanco. E il gattista che avevo incrociato prima di arrivare a Cervinia, pur vedendomi a zonzo in piena notte, neanche si era fermato… Poco male. La gioia e l’orgoglio per avere scalato per la prima volta nella storia di questa montagna la parete sud in solitaria sovrastavano ogni altra emozione. Al momento di partire, al mattino, sapevo di essere pronto. Avevo sufficiente esperienze alpinistiche per tentare quella salita da solo. Alta quasi 1.400 metri la sud è più grande della famosa nord, che non supera i 1.100 metri. La via era quella seguita nel 1983 da mio padre, Walter Cazzanelli e Vittorio Detuoni. A papà non avevo chiesto consigli per due motivi: uno era via (in Nepal) e due non volevo che mi svelasse quello che, di lì a poco, avrei potuto scoprire da solo.E così mi sono lanciato, accompagnato solo dai miei pensieri e dalla mia volontà, oltre a quel minimo di incoscienza che ti fa fare ameno anche della corda. Involontariamente, rispetto alla via dell’83 mi capitò addirittura di aprire una variante di tre tiri, “raddrizzandola”. Perché? Avevo semplicemente sbagliato strada. Un imprevisto che da più sapore e gusto. Anche per questo, quella prima rimane ancora oggi un’esperienza bellissima.

Cosa succede se sei alle prese con uno stop forzato per infortuni vari? Ti può venire un’idea malsana! A me capita sul finire del 2006, convalescente per la rottura di una vertebra e alle prese con l’ennesima operazione al mio ginocchio destro seguita al “famoso” incidente sugli sci quando avevo 16 anni. L’idea malsana è ritentare la parete Ovest del Cerro Piergiorgio dopo il fallimento del 2006. Come compagni trovo Giovanni Ongaro, Matteo Bernasconi e Cristian Brenna, tre alpinisti-scalatori dei Ragni di Lecco. C’è un però: il loro gruppo ci fornisce il necessario sostegno economico ma solo se avessimo puntato alla via seguita da Casimiro Ferrari (un altro Ragno), la persona che si è espressa in maniera più proficua in Patagonia, aprendo vie un po’ ovunque. Devo abbandonare l’idea di ritentare la via del 2006 su roccia sana sulla quale si poteva progredire abbastanza velocemente e affrontare quella di Ferrari, prevalentemente di arrampicata artificiale e quindi più lenta da salire. E propio la lentezza della scalata e il brutto tempo ci costringono a rinunciare. Per me è la seconda volta. Sulla strada del ritorno però, con un piccolo giuramento, promettiamo che almeno tre di noi sarebbero tornati a concludere la via l’anno dopo.

Una caduta da un muretto può essere più pericolosa della scalata di una cima inviolata ed è stata sufficiente per portarmi diritto all’ospedale con una vertebra lombare rotta, un’altra incrinata e un buco nella cartilagine del ginocchio destro. Era il mese di agosto e così malconcio non avrei potuto allenarmi per molti mesi ma dovevo comunque tentare un recupero lampo perché il mio chiedo fisso rimaneva lui, il Cerro Piergiorgio. Per questo motivo, sbagliando, ancora con il busto ortopedico entro in sala operatoria per riparare il danno al ginocchio senza dare il tempo al mio corpo di recuperare da un infortunio prima di affrontarne un altro. Le conseguenze me le trascinai per mesi. Non fate come me.

Bellissimi, unici, affascinanti. Ricordo così i miei primi due mesi passati in Patagonia. E nonostante i problemi sul Cerro Piergiorgio, l’esperienza successiva sul Cerro San Lorenzo resta uno dei ricordi più limpidi della mia carriera. E poi ero legato al Cerro San Lorenzo dal fatto che il primo a scalarlo era stato proprio quel padre Alberto Maria De Agostini, compagno di mio nonno in alcune spedizioni, che spesso pranzava a casa “Barmasse” quando veniva a Valtournenche. Su questa montagna rimanevano così da aprire delle linee sui versanti nord est e nord ovest. Come da tradizione, quando si parla di Patagonia, il meteo consente spesso solo micro finestre di bel tempo, e così fu anche in quell’occasione. Ventiquattro ore soltanto. Il tratto più difficile della salita erano stati gli ultimi tiri, particolarmente impegnativi non solo dal punto di vista tecnico ma anche mentale. Avevo dovuto scalare da primo di cordata su roccia molto friabile che non consentiva l’utilizzo di protezioni o chiodi. Un’eventuale caduta, quindi, sarebbe stata fatale per me che scalavo da primo ma anche per chi mi seguiva. Tutto fortunatamente andò bene e alle 4 del pomeriggio, accolti da un vento burrascoso, arrivammo in cima al Cerro San Lorenzo. Una stretta di mano, alcune foto coi compagni (Giovanni Ongaro, Matteo Bernasconi, Lorenzo Lanfranchi) e poi veloci iniziammo a scendere in corda doppia lungo la via di salita. Fu un successo. Inaspettato. E quindi ancora più bello.

Il Sud America. La Terra del Fuoco. Il Cerro Piergiorgio. In casa mia, già da quando ero piccolo, ne avevo sentito parlare molto grazie al nonno che, nel 1954 e nel 1956, era andato con padre Alberto Maria De Agostini a mappare alcune di quelle terre e compiere alcune prime ascensioni. A questo si era sommato, nel tempo, il fascino crescente che esercitavano su di me nomi come Cerro Torre, Fitz Roy, Torri del Paine… Per tutte queste ragioni, oltre alla volontà di intraprendere il mio primo viaggio in Patagonia, accettai molto volentieri di far parte con Gianluca Maspes, Yuri Parimbelli, Kurt Astner ed Elia Andreola del tentativo di realizzare la prima ascensione della parete Ovest del Cerro Piergiorgio, un muro di granito impressionante alto quasi mille metri che si affaccia sul Cordon Marconi e lo Hielo Continental Sur. L’idea era seguire l’itinerario tentato nel 1996 dallo stesso Maspes (con Maurizio Giordani) Gringos Locos: una linea logica di fessure, diedri e placche su ottima roccia che consentiva una progressione in arrampicata libera e pochi passi in artificiale. A metà di quel tracciato, però, un’enorme frana si staccò dallo zoccolo della montagna travolgendo  Gianluca Maspes, impegnato a filmarci, e Andreola che seguiva la nostra salita dalle tende. Per nostra fortuna nessuno si fece male seriamente, ma quell’episodio ci convinse a modificare i piani, prima salire la Pointcenot per la via Willans e la Aguja Guillaumet per la via Brenner e infine spostarmi su qualcosa di completamente differente: il Cerro San Lorenzo, una parete di roccia, ghiaccio e neve dalle dimensioni Himalayane. L’esatto contrario di una big wall.

Non riuscivo a deglutire, l’aereosol antinfiammatoria che avrebbe dovuto risolvere un problema  non è servita  nulla e oggi qualcosa di molto più grave si presenta nello schermo dell’ecografia: una ciste dai contorni poco definiti di quasi tre centimetri nel centro del collo. Per fortuna un accertamento esclude la peggior ipotesi, un tumore, ma non è sufficiente a escludere l’intervento d’urgenza per l'asportazione dell’osso Ioide inglobato da quella massa virulenta. Nonostante tutto, era dicembre, il giorno prima del mio compleanno, dopo tre settimane intrapresi il mio primo viaggio in Patagonia.

Non doveva dirlo, quel collega. “Troppo pericolosa e minacciosa la via, è irripetibile”. E poi c’erano le diapositive che mi aveva fatto vedere mio padre quando aveva realizzato la prima salita invernale della via Deffeyes sul Cervino insieme ad altre guide. La somma dei sentimenti che mi avevano scatenato quelle due situazioni mi portò a tentare in solitaria la cosiddetta “cresta nascosta”, la quinta del Cervino. Una via difficile, non per tutti, sulla quale serve molta testa e molto ingaggio. Tecnicamente è un rilievo che s’innalza nel cuore della parete Sud e finisce nel tratto della via normale (cresta del Leone) che porta dal Pic Tyndall alla testa del Cervino. Come andò? Impiegai meno di quattro ore dalla base della parete per completare la via aperta da Luigi Carrel con Alberto Deffeyes e sentire il vento gelido proveniente da Nord Ovest. Un sogno emozionante, vissuto esclusivamente in compagnia della natura.

Anche i contrattempi possono rivelarsi proficui. Questa “lezione” l’ho imparata il giorno in cui, al Chogolisa Glacier, dov’ero già stato nel 2004, ho affrontato la mia prima esperienza da vero scalatore solitario in alta quota raggiungendo una cima inviolata di 5999 metri. L’obiettivo iniziale, infatti, era la Kondus Valley, un’area del Karakorum al confine con l’India, ma una volta sbarcati dall’aereo a Islamabad io e miei compagni avevamo saputo della revoca del permesso per entrarci. Pazienza. Alla fine l’obiettivo di metterci alla prova con un alpinismo esplorativo, di ricerca, è stato comunque raggiunto. È stata una di quelle esperienze che, se vogliamo, confermava quell’atteggiamento e quella coerenza che ho cercato poi di mantenere negli anni, cioè l’idea di andare là dove nessun alpinista era mai andato, scalare vie che nessuno aveva affrontato se non, addirittura scalare delle cime inviolate. Per non specializzarmi solo su ghiaccio, solo su roccia e solo sull’altissima quota, ma cercare di intraprendere tutto quanto di bello ti offre l’alpinismo.

Un ricordo molto piacevole ma velato di tristezza rimane la via nuova aperta nel 2005 sulle Grandes Murailles insieme ai fratelli Farina, Massimo e il giovanissimo Marco. Una linea stupenda, una via di ghiaccio e misto che forse prima non veniva quasi considerata dagli alpinisti perché ritenuta impossibile e che invece, grazie alle nuove tecnologie, ai ramponi e alle piccozze, ci ha regalato una vera e propria grande course. Partiti da Cervinia alle prime ore dell’alba, raggiungemmo infatti il colle tra la Punta Carrel e la Punta Bianca sulle G. Murailles in una sola giornata, lunga ma divertente. Un’esperienza a chilometri zero che mi sarà impossibile dimenticare perché quella fu l’ultima condivisa con Massimo.

Si può diventare una “pecora nera” combinando qualcosa di buono. A me è capitato nel 2004, quando al telefono Gianluca “Rampikino” Maspes, che prima di allora non avevo mai conosciuto, mi invitò a una spedizione in Pakistan insieme a Maurizio Giordani, Ezio Marlier, Giovanni Pagnoncelli e Nancy Paoletto. Obiettivo: cercare e scalare nuove vie in un’area del Karakorum denominata Chogolisa Glacier. Ma le pecore nere cosa c’entrano? Essendo il 2004 il 50° della prima salita del K2 (con la spedizione italiana guidata da Ardito Desio), la maggior parte degli alpinisti aveva affollato il Baltoro e il K2 mentre noi, “pecore nere italiane” appunto, come alcuni giornalisti ci etichettarono, andammo da tutt’altra parte. Il bilancio fu doppiamente positivo: intanto aprimmo nuove vie, sia su ghiaccio, sia su roccia, sia su  terreno misto. E poi perché l’eccezione di non andare nel posto più affollato (la “montagna degli italiani”) è poi diventata una prassi dei tempi contemporanei: pareti inviolate, cime mai scalate, per un alpinismo più tecnico e di ricerca, e inevitabilmente meno mediatico.

Massimo Farina era il compagno ideale per qualsiasi salita: una cascata di ghiaccio, una via di roccia, una giornata in falesia lui era sempre pronto. Poche parole per decidere orario e luogo e si partiva. Quel giorno, nelle nostre intenzioni c’era la prima salita invernale di Padre Pio, sulla parete sud del Cervino. Pur non avendo una relazione della via, aperta da P. Gabarrou e compagni in più riprese, sapevamo che avremmo potuto affrontare questa salita in una sola giornata anche perché l’attacco era posto a poco più di un’ora dagli impianti di risalita Nel suo complesso la via la trovammo bella, facile e chiodata come in falesia nella sua prima metà e più avventurosa nella sua seconda dove gli spit iniziano a diminuire per poi essere presenti solo sulle soste. Una bella giornata, molto piacevole, come tutte quelle passate in compagnia di Massimo e conclusa con una spaghettata a casa dei miei genitori.

Partimmo e tornammo con la sensazione di una vacanza vissuta in montagna, anche se con qualche “minima” difficoltà tecnica. Durante il Corso Guide alpine l’idea era di uscire dalle “nostre”, montagne dell’Ovest per dirigersi verso una cima storica come il Pizzo Badile. Nei decenni passati questa montagna delle Alpi centrali ha attirato molti fuoriclasse dell’alpinismo tra cui Riccardo Cassin ed Hermann Buhl. Tecnicamente si trattava di una nuova via di roccia sulla parete Sud, una linea che si snoda su un evidente pilastro a destra della Via Molteni e che trova le sue difficoltà maggiori in un grande diedro di 60 metri. Lo schema era semplice: affrontarla sempre in due cordate distinte e aprirla rispettando l’etica degli arrampicatori di quella zona, quindi niente spit e, per nostra fortuna, anche grazie alle difficoltà contenute, a vista. Per la mancanza di pericoli oggettivi, per la semplicità dell’avvicinamento e per il piacere di un’arrampicata al sole, quella al Pizzo Badile la catalogherò sempre alla voce “esperienza molto rilassante”.

Petit Lumignon, piccolo lume, è effimera è un regalo della natura, è una linea sottile di ghiaccio che nasce dopo una fredda bufera invernale e poi però muore, sciogliendosi, in pochi giorni di sole. Essere riusciti a realizzarla – insieme a Ezio Marlier e al mio mai dimenticato amico Massimo Farina – lo considerammo quel giorno un regalo della montagna, una grande occasione che noi, semplicemente, l’avevamo colta risalendo quella goulotte che divide due muri di roccia rossa e friabile. Proprio per le particolari condizioni climatiche che consentono la sua formazione, sarebbero passati 16 anni dopo quel 22 febbraio 2003 prima che venisse ripetuta. Chi ce l’ha fatta, ha parlato di grande alpinismo. Anche se le difficoltà, quel giorno, non mancarono, sinceramente noi lo avevamo considerato un allenamento. Perché, come spesso mi capitava, soprattutto nei primi anni, quando realizzavo progetti non era tanto focalizzato su quello che avevo fatto, piuttosto su quanto – anche grazie alle esperienze maturate prima - avrei realizzato dopo.

Era questa l’esperienza giusta per realizzare la mia prima scalata in solitaria di un certo peso? Qui non avevo un solo “gigante” da avversare, cioè la Via che avevo scelto. Dovevo affrontare in un certo senso anche i due fortissimi alpinisti che le avevano dato il nome: Renato Casarotto è stato probabilmente uno dei più forti “solitari” di tutti i tempi e Gian Carlo Grassi un eccellente (se non il migliore) scalatore su ghiaccio oltreché ottimo interprete dell’arrampicata su roccia negli anni 80’. Quindi nel momento in cui mi sono trovato a iniziare la salita i dubbi che avevo erano più di quelli abituali. Durante la salita, mi autoassicurai solo sulle prime due lunghezze di corda continuando poi slegato per tutto il resto della Via. Inoltre, convinto che i primi salitori non avessero usato le scarpette, scalai calzando sempre gli scarponi da montagna, come fecero anche mio padre, Augusto Tamone e Walter Cazzanelli, i soli che avevano ripetuto la Via prima di me. Alla fine, robabilmente, mi sono preso qualche rischio di troppo, anche se tutto è andato molto bene. D’altronde l’alpinismo solitario è così e lo devi accettare per quello che ti dà: grandi emozioni e rischi molto molto più alti rispetto alla stessa esperienza affrontata in cordata.

Due prime volte importanti in questo tentativo (andato a buon fine) su una nuova linea di misto di circa 400 metri. Intanto – e per questo lo ricordo sempre molto volentieri - l’ho condiviso con mio padre Marco, che sulla stessa parete aveva aperto un altro itinerario negli Anni 80. Mi piace l’idea di pensare a quest’avventura come a una sorta di passaggio di consegne tra noi, il momento “ufficiale” in cui papà ha riconosciuto la mia volontà di scegliere il mestiere di guida alpina e una vita da alpinista. L’altra novità, che ho scoperto ovviamente grazie a lui, è che tutte le montagne possono offrire un’esperienza magica. Non solo il Cervino, non solo quelle più conosciute. Questa linea si trova sul massiccio del Monte Rosa, sul Breithorn occidentale 4162 metri ed è, una vera e propria finestra aperta per chi vuole uscire dalle vie normali, a portata di mano e, almeno per me, a due passi da casa.

Con Patrick Poletto dobbiamo allenarci in vista del Corso Guide, dunque quale migliore obiettivo se non la Gran Becca per il “debutto” da alpinista? Obiettivo: aprire una nuova via sullo Scudo, triangolo di roccia alto 300 metri tra le vie De Amicis e Casarotto Grassi. Fino all’ultimo tiro, tutto bene. La via, che dedicheremo poi a Innocenzo Menabreaz, guida del Cervino scomparsa prematuramente, è aperta. Ma l’avventura inizia al momento della discesa, quando alla prima “doppia” non riusciamo a recuperare le nostre corde. Ogni volta che proviamo a tirarle dal basso, restano bloccate. Anche risalire con le  ”jumar” per capire il motivo si rivela inutile. In tutto questo, non abbiamo la frontale, indossiamo solo una maglia e un pantalone leggero, e gli zaini che avevamo preparato sono pesanti ma senza vivande. Appesi come due salami alla parete finisce che ci rassegniamo a dormire legati alla sosta attendendo l’alba. Il primo sole caldo del mattino ci svela il mistero: le corde non scorrevano perché erano completamente gelate. Il Cervino mi ha impartito la prima lezione: l’uomo è piccolo, la montagna è grande e la strada davanti a me molto lunga se voglio trasformarmi da ex promessa dello sci ad alpinista.

Spesso scegliamo il nostro futuro senza nemmeno accorgercene mentre altre volte è la vita che decide per noi. Nel 1994 avevo tutte le carte in regola per pensare ad un futuro come sciatore professionista. Poi, un attimo lungo pochi centesimi di secondo e veloce più di 100 chilometri all’ora durante una gara di supergigante cambiò la mia vita per sempre. L’impatto con il palo di ferro fu troppo violento perché il mio corpo potesse sopportarlo senza conseguenze. Quando riaprii gli occhi e ripresi i sensi sulla neve gelida dello Jafferau a Bardonecchia, l’Hervé di qualche minuto prima non sarebbe mai più tornato e non sarebbero tornati nemmeno i sogni di diventare il numero uno dello sci. Un futuro differente da quello che avevo immaginato doveva essere scritto, costruito. È così che tutto è cominciato.

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